マnarchy in the UK – Capitolo 1: THERE’S A MOUSE IN DA HOUSE

Pensavo di dormire un po’ sull’aereo, ma era impossibile schiacciato là dentro, perciò dopo aver finito Il Bar Sotto il Mare di Benni sono passato a Siddharta di Hesse. E l’impossibile è diventato possibile. Mistero della fede.

Una cosa non ho capito: l’applauso al pilota al momento dell’atterraggio (da parte degli italiani), manco fosse qualcosa di straordinario. Ok, grazie, non ci ha fatto morire, ma non dovrebbe essere normale? Che è, se non gli si fa l’applauso mi cade (!) in depressione e al prossimo volo s’ammazza con tutti i passeggeri? Boh, forse sbaglio io, dopotutto era il mio primo volo…

Stansted. Il codice fiscale di un aeroporto. Come facevo a non perderci le indicazioni per l’agenzia? Ok, bastava che stessi un minimo più attento, ma di chi è il blog, eh? Unici due indizi per rintracciare la sede dell’agenzia (della quale non ricordavo manco il nome): andare a Liverpool Street (che non è un indizio) e la parola Denmark come prima metà dell’indirizzo. “Denmark Hill” si vociferava, ma non ero sicuro. Infatti non era.

Nei tre quarti d’ora che lo Stansted Express ci mette dall’aeroporto alla stazione ho mandato sms a tutte le persone che conoscevo che sapevo essere state a Londra solo per scoprire che, all’improvviso, non mi arrivavano più gli sms. Grazie Wind. Ho telefonato alla mia super-eroina preferita, SuperZù, e le ho chiesto di aiutarmi cercando in internet quale minchia potesse essere ‘st’agenzia, che tra l’altro chiude alle sei ed erano già quasi le cinque.

Sono arrivato in stazione e, in mancanza d’altro, ho preso un taxi (*o*) e ho detto (due-tre volte) al tassista: «Denmark Hill». Quando ha capito, l’autista fa: «Hhhh, Ďʼn-łł!!». «Yes». Siamo partiti. A bordo, quasi all’arrivo, la terribile rivelazione: non era Denmark Hill, era Denmark Street. «Ð ŵãń ƙɭɸȫɀ ² Øϰɟƌ Şţɨîť?», mi ha fatto il tassista. «Yes», ho fatto io. Siamo arrivati. Grazie SuperZù. Santa subito.

L’agenzia (?) era un buco più piccolo del mio appartamento a Forlì, ma almeno non aveva le svastiche sul pavimento, anche se ti saresti aspettato di veder saltar fuori da un momento all’altro qualcuno delle Iene o di Striscia. Vabbè, burocrazia varia ed eventuale e via verso casa. Sono arrivato a Suffolk Road, sono entrato e, fiduciosamente, ho detto «Hello!». Nessuna risposta. «Hello?». Nada, gnènte de gnènte. Porta a destra: cesso. Prima porta di fronte: cucina con bandiera etiope/rastafari (ci siamo capiti) alta fino al soffitto e larga mezzo muro. Coinquilini religiosi, penso. Altra bandiera gigante a coprire la porta finestra che dà sul giardino (griglia, amaca, cesso chimico, cyclette), stavolta viola e con un disegno mistico pieno d’intrecci. Sono uscito a fumare e ho chiamato una mia amica sarda. Poi l’ho visto. Il topo. Era a metà strada lungo una parete della cucina, mi sono alzato e lui è schizzato dietro la lavatrice. Che figo, da film. No, meglio, da vita vera.

Seconda porta di fronte, quella che sarebbe dovuta essere camera mia: una doppia molto grande, parete rivolta verso il giardino completamente di vetro (non il giardino, la parete), due bare tirate su e utilizzate come armadi. Wow.

Ho aspettato per venti minuti in cucina che fosse rientrato qualcuno, poi ha vinto la fame, ho scritto una lettera in inglese per giustificare i bagagli in mezzo alla cucina e sono uscito alla ricerca di un posto dove accattare qualcosa. Sono inciampato in un Off Licence. Sono tornato a casa e mi sono sparato i due hamburger al microonde. Poi ho sentito la porta e sono entrati i miei primi due coinquilini, che io speravo essere stranieri, e invece sono di Pescara (bando alle battute ovvie e stupide, ché c’ha vissuto pure Andrea Pazienza).

Alla notizia del nuovo inquilino (non io, il topo), ho scoperto che non era poi così nuovo: Martina è saltata sopra una sedia e Alessandro è entrato in paranoia perché la ragazza cui ho preso il posto (tra l’altro proprio in camera con lui) non ha fatto che mettergli ansia dicendogli che i topi potevano entrare anche nella nostra stanza e bivaccarci in braccio.

Daddy’s home.

End of Chapter One

-m4p-

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Un commento su “マnarchy in the UK – Capitolo 1: THERE’S A MOUSE IN DA HOUSE

  1. Psyche ha detto:

    Anch’io avevo un topo nella mia casetta di Londra! Lo stronzo non aveva mica paura! Dopo aver capito che era inutile mobilitarsi, l’ho lasciato fare i suoi comodi… ;)

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