Il ricercato

Da sola, la parola scritta non basta a comunicare l'orrore. (Amira Hass - Internazionale)

[…]

Il suo tempo è passato e la sua battaglia è stata ereditata da uomini come Khaled, che cominciò a combattere molto dopo che il vecchio aveva smesso.

Khaled si unì a Fatah, la fazione principale dell’OLP guidata da Arafat, quando aveva 14 anni. Ha dimostrato il suo coraggio nelle prigioni israeliane e nelle operazioni di risoluto sradicamento dei collaborazionisti.

“È stato duro uccidere i collaborazionisti?”

“Per niente. Potremmo dire che era uno dei nostri desideri.”

Nella prima Intifada, quando gruppi militari clandestini decisero di affrontare l’occupazione con armi più letali dell pietre, si rivolsero a uomini come Khaled. E lui divenne un obiettivo primario per gli israeliani, sotto la definizione di “ricercato”.

Gli chiesi come aveva appreso di essere un ricercato. Rispose che una volta i soldati israeliani avevano fatto irruzione in casa sua mentre era via… Mentre frugavano nelle stanze usarono suo padre come scudo… E lasciarono a Khaled il messaggio di arrendersi entro tre giorni.

“Strinsi la mano a mio padre e a mia madre e mi fermai davanti alla porta. Presi la pistola e sparai un colpo in aria. Mia madre cominciò a ululare. Era una dichiarazione. Tutti ora sapevano che ero ricercato. Me ne andai. Iniziai un nuovo periodo della mia vita. Impossibile tornare sui miei passi.”

E da allora è sempre stato in fuga.

Infine, per allentare la pressione israeliana sulla sua famiglia, Khaled decise di fuggire in Egitto. Lui e altri tre riuscirono a scavalcare una rete elettrificata, mentre gli sparavano addosso. Poi gli egiziani, che avevano un trattato di pace con Israele e non vedevano di buon occhio la sua attività di militante, lo rinchiusero perché trovato senza documenti. Lo interrogarono con violenza. Lui disse che in una galera israeliana sarebbe stato trattato meglio.

“Osi paragonarci agli ebrei?!”

“A esser sincero piansi per l’ingiustizia che stavo subendo da degli arabi come me.”

Passò sette mesi in 13 diverse prigioni e carceri egiziane.

“Dovevamo pagare per mangiare e spesso dovevamo pagare le guardie anche perché ci permettessero di andare al cesso.”

Fu deportato in Libia, dove entrò nel campo d’addestramento dell’OLP. Il suo vagabondaggio lo portò perfino in posti lontani come Svezia e Ungheria.

Quando furono firmati gli accordi di Oslo e Israele permise a molti militanti palestinesi sparsi nel mondo di ritornare a casa, il nome di Khaled non era nella lista. Ebbe modo di tornare a Gaza con un’odissea di tre mesi che lo portò, sempre di nascosto, di casa in casa… attraverso i campi minati egiziani della seconda guerra mondiale… e in motoscafo fino alle spiagge della sua terra natia.

È stato via sei anni.

“Mi diedero il mio kalashnikov e sparai in aria. Tutti i vicini e le donne anziane vennero ad abbracciarmi. Mio padre uscì e svenne non appena mi vide.”

Ma Khaled sa che voglio che mi racconti della guerriglia di un altro periodo e mi presenta a suo zio, che forse conosce qualcuno con cui potrei parlare.

“Salaam aleikum.”

“Aleikum es-salaam.”

Lo zio di Khaled è un uomo allegro. Quando negli anni ’60 l’OLP emerse come principale movimento di resistenza palestinese, fu lui stesso un guerrigliero.

Ma è ormai storia passata e la sua lotta si è ridotta a un insieme di storie ben confezionate e a un cenno del capo dove una volta aveva un braccio. Gli chiedo cosa pensa della militanza di suo nipote.

“L’ho avvertito di non farsi coinvolgere nella resistenza. Non serve. Quando eravamo in Giordania potevamo entrare, sparare e ritirarci. E avevamo molte più armi. Adesso è il caos. Negli scontri è come se sparassimo a salve. Hanno tecnologie e supporto americano.”

“Parla così perché teme per me. Sono d’accordo che una volta era diverso. Ma non smetti di resistere solo perché non hai i mezzi.”

Lo zio di Khaled parla con approvazione del recente agguato in Hebron in cui hanno perso la vita in 12 tra soldati israeliani e miliziani degli insediamenti. Ma a proposito dell’autobus fatto saltare a Gerusalemme pochi giorni fa…

“…è sbagliato. Un vecchio, un bambino in fasce, donne che andavano a fare la spesa… Perché ucciderli? Neanche un soldato, se si arrende, lo uccidi. Se ti arrendi agli ebrei, loro si occupano di te. Non mi fa mai piacere quando sento che vengono ammazzati bambini e donne di Israele. Lasciateli vivere.

“Il mondo è al caos. Non ci sono più regole.”

Oh, le regole ci sono, e qui le conoscono tutti. Quando gli israeliani dichiarano qualcuno ricercato, si tratta di imputazione, verdetto di colpevolezza e sentenza di morte tutto insieme. Khaled conosce la musica.

Una sera, mentre mi racconta alcune delle sue esperienze, è interrotto da una telefonata.

“Hanno appena ammazzato il capo della brigata dei martiri di Al-Aqsa di Jenin… e anche un leader di Hamas.”

E poi continua la sua storia senza perdere un colpo.

Quando i carri cominciano a muoversi, le sue azioni sono riflessive. Controlla la sua arma. Va a comperare una carta telefonica se è rimasto senza. Vaga di porta in porta. Evita di sostare a lungo in qualsiasi posto per timore che qualche collaborazionista trasmetta le sue coordinate agli Apache che rombano in aria.

A volte Khaled il pomeriggio va a casa di qualcuno per rubare un’ora di riposo. Va nel primo letto che trova senza neanche togliersi i calzoni.

“Ho bisogno di dormire. Sono due anni che non dormo.”

È raro che passi la notte a casa sua.

Due o tre volte però andiamo a trovarlo a casa, e lì rimaniamo a parlare fino quasi alle due di notte. Suo figlio resta alzato con noi.

“Non dovrebbe andare a letto?”

Certo, è la risposta, ma non gli capita spesso di vedere Khaled. Il bimbo insiste per rimanere alzato a giocare con suo padre, a qualsiasi ora si presenti. La moglie di Khaled è di nuovo incinta. Khaled dice che i parenti di lei la incoraggiano a fare altri figli il più presto possibile. Si chiedono quanto ancora rimane a Khaled da vivere.

Joe Sacco, Gaza 1956 – Note ai margini della storia (2009)

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