Stratagemmi per non farsi fregare (1)

Quanto segue è estrapolato da un trattatello di Arthur Schopenhauer pubblicato dopo la sua morte, che raccoglie 38 stratagemmi per ottenere ragione -indipendentemente dal fatto che la si abbia o meno- che il filosofo aveva annotato dopo aver partecipato (o assistito) a numerose dispute verbali. Il motivo di questa pubblicazione postuma è la nausea che lo colpiva (dalla quale sembrano però immuni i molti editori e curatori) all’idea di dare forma definitiva all’opera, di “illustrare tutte queste scappatoie della limitatezza e dell’incapacità, sorelle della testardaggine, della vanità e della disonestà“. Dopo averlo letto, penso di riuscire a capire cosa intendesse. Non ho comprato il libro per il suo scopo originario -ricordate sempre il nome del blog- ma per capire quando e quali stratagemmi vengono usati in conversazioni che mi coinvolgono, e smontarli (da qui il titolo dell’articolo). Quello che cito -con l’aggiunta dei grassetti e qualche piccolo aggiustamento alle citazioni in altre lingue nell’originale- è quello che ritengo più importante da tenere a mente, perché contiene diverse argomentazioni molto interessanti. Divertitevi.

-m4p-

STRATAGEMMA N. 30

Arthur Schopenhauer

L’argomentum ad verecundiam. Al posto delle motivazioni, ci si serva di autorità, secondo le conoscenze dell’avversario. Dice Seneca: “ognuno preferisce credere che giudicare” (De vita beata, I, 4). Si ha dunque buon gioco quando si ha dalla propria parte un’autorità che l’avversario rispetta. Ma per lui ci saranno tante più autorità valide, quanto più sono limitate le sue conoscenze e le sue capacità. Se queste sono di prim’ordine, per lui ce ne saranno pochissime, pressoché nessuna. Egli accetterà, tutt’al più, l’autorità di persone competenti in una scienza, arte o professione a lui poco nota o del tutto ignorata, e anche questa con diffidenza. Al contrario, la gente comune ha profondo rispetto per gli esperti di ogni genere. Essi non sanno che chi fa professione di qualcosa non ama questa ma il suo guadagno: né sanno che chi insegna una certa cosa raramente la conosce a fondo, perché a chi la studia a fondo di solito non rimane neppure il tempo per insegnare. Solo per il vulgus ci sono molte autorità che trovano rispetto: se non se ne ha alcuna che fa al caso, se ne prenda una apparentemente adatta, si citi ciò che uno ha detto in un altro senso o in altre circostanze. Le autorità che l’avversario non capisce affatto per lo più producono l’effetto migliore. Gli incolti hanno un rispetto tutto particolare per le espressioni retoriche greche o latine. All’occorrenza, le autorità si possono non solo distorcere, ma addirittura falsificare o perfino inventare: per lo più l’avversario non ha il libro a portata di mano e non sa nemmeno come consultarlo. Il più bell’esempio a questo proposito è offerto da un curato francese, il quale, per non pavimentare la strada davanti alla sua casa, come erano obbligati a fare gli altri cittadini, citò un detto biblico: paveant illi, ego non pavebo [tremino pur quelli, io non tremerò]. Ciò convinse gli amministratori comunali. Anche pregiudizi generali possono essere usati come autorità. Infatti, con Aristotele, credo nell’Etica Nicomachea, i più pensano: “le cose che sembrano giuste a molti, queste diciamo che sono” (X, 2, 1172 b 36); sì, non c’è alcuna opinione, per quanto assurda, che gli uomini non abbiano esitato a far propria, non appena si è arrivati a convincerli che tale opinione è universalmente accettata. L’esempio fa effetto sia sul loro pensiero, sia sul loro agire. Essi sono pecore che vanno dietro al montone ovunque le conduca: è per loro più facile morire che pensare. È assai curioso che l’universalità di una opinione abbia per loro tanto peso, dal momento che essi possono pur vedere su di sé quanto si accettino opinioni senza giudizio e solo in forza dell’esempio. Ma in realtà non lo vedono, perché manca loro ogni conoscenza di sé. Solo i migliori dicono, con Platone, “i molti hanno molte opinioni” (Repubblica, IX, 576 c), cioè il vulgus ha molte frottole in testa e, se si volesse tenerne conto, si avrebbe un gran da fare.
L’universalità di una opinione, parlando seriamente, non costituisce né una prova né un motivo che la rende probabile. Coloro che lo affermano devono ammettere: 1) che la distanza nel tempo priva quella universalità della sua forza probante: altrimenti dovrebbero riportare in vigore tutti gli antichi errori che un tempo erano universalmente considerati verità: per esempio, dovrebbero ripristinare il sistema tolemaico oppure, nei paesi protestanti, il cattolicesimo; 2) che la distanza nello spazio produce lo stesso effetto: altrimenti l’universalità di opinione fra chi professa il buddhismo, il cristianesimo e l’islamismo li metterà in imbarazzo.
Ciò che così si chiama opinione generale è, a ben guardare, l’opinione di due o tre persone; e ce ne convinceremmo se potessimo osservare come si forma una tale opinione universalmente valida. Troveremmo allora che furono in un primo momento due o tre persone ad aver supposto o presentato tali opinioni, e che si fu così benevoli verso di loro da credere che le avessero davvero esaminate a fondo: il pregiudizio che costoro fossero sufficientemente capaci indusse dapprima alcuni ad accettare anch’essi l’opinione: a questi credettero a loro volta molti altri, ai quali la pigrizia suggerì di credere subito piuttosto che fare faticosi controlli. Così crebbe di giorno in giorno il novero di tali accoliti pigri e creduloni: infatti, una volta che l’opinione ebbe dalla sua un buon numero di voci, quelli che vennero dopo l’attribuirono al fatto che essa aveva potuto guadagnare a sé quelle voci solo per la fondatezza delle sue ragioni. I rimanenti, per non passare per teste irrequiete che si ribellano contro opinioni universalmente accettate e per saputelli che vogliono essere più intelligenti del mondo intero, furono costretti ad ammettere ciò che da tutti era considerato giusto. A questo punto il consenso divenne un obbligo. D’ora in poi, i pochi che sono capaci di giudizio sono costretti a tacere e a poter parlare è solo chi è del tutto incapace di avere opinioni e giudizi propri, ed è la semplice eco di opinioni altrui: tuttavia, proprio costoro sono difensori tanto più zelanti e intolleranti di quelle opinioni. Infatti, in colui che la pensa diversamente, essi odiano non tanto l’opinion diversa che egli professa, quanto l’audacia di voler giudicare da sé, cosa che essi stessi non provano mai a fare, e in cuor loro ne sono consapevoli. Insomma: a esser capaci di pensare sono pochissimi, ma opinioni vogliono averne tutti: che cos’altro rimane se non accoglierle belle e fatte da altri, anziché formarsele per conto proprio? Poiché questo è ciò che accade, quanto può valere ancora la voce di cento milioni di persone? Tanto quanto un fatto storico che si trova in cento storiografi, ma poi si verifica che tutti si sono trascritto l’uno l’altro, per cui, alla fine, tutto si riconduce all’affermazione di uno solo.

Io lo dico, tu lo dici, ma alla fine lo dice anche quello:
Dopo che lo si è detto tante volte, altro non vedi se non ciò che è stato detto.*

Nondimeno, quando si discute con gente comune si può fare uso dell’opinione generale come di un’autorità.
In genere si troverà che quando due teste ordinarie disputano fra loro, l’arma comune che essi scelgono sono le autorità: con queste si battono l’un l’altro. Se una testa più fine che ha a che fare con un tipo del genere, la cosa migliore è che anch’egli si adatti a quest’arma, scegliendola secondo i punti deboli dell’avversario. Infatti, contro l’arma delle ragioni questi è, ex hypothesi, un Sigfrido cornuto immerso nella marea dell’incapacità di pensare e giudicare.
In tribunale si disputa esclusivamente ricorrendo ad autorità, all’autorità delle leggi che è certa: è compito della facoltà del giudizio reperire la legge, cioè l’autorità, che trova l’applicazione nel caso dato. Ma la dialettica ha spazio d’azione sufficiente quando, all’occorrenza, il caso concreto e una legge che in realtà non si accordano vengono rigirati finché li si considera in accordo: anche viceversa.

Tratto da: Arthur Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione, a cura e con un saggio di Franco Volpi, Adelphi, Milano 2006.

(*) Motto che si trova in esergo alla «Parte polemica» della Farbenlehre [Teoria dei colori] di Goethe.

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