Avvelenamento del pozzo [modifica]

[Da Wikipedia, l’enciclopedia modificabile.]

La tecnica dell’avvelenamento del pozzo è una forma di argumentum ad hominem preventivo. A differenza delle altre tipologie la tesi da contrastare non è ancora stata espressa, ma si crea un pregiudizio verso il proprio avversario.

Save Your Ass

Esempi:

  • “Io me lo sono scopato anche se aveva la fidanzata, ma quell’altra l’ha fatto prima di me” (forma diretta)
  • “Dirai senz’altro che ho torto a dire che non è sbagliato scoparsi ragazzi fidanzati, visto che la tua ragazza è vegetariana” (forma circostanziale)

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La mise del perfetto rivoluzionario

  • Scarpe Nike;
  • Calzini Kappa;
  • Slip Tezenis;
  • Pantaloni Adidas;
  • T-shirt di Batman;
  • Felpa con cappuccio Levi’s;
  • Kefiah;
  • Maschera di V,
  • Marlboro morbide;
  • Adesivi.

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Un mondo più triste

Non importa quale sia il problema, la mia risposta è: nutella.

Fottesega che la Ferrero sfrutti il lavoro minorile, se posso evitare di affrontare i miei problemi affogandoli nella nutella come ci affondo il cucchiaio per spalarmela in gola e godermi gli effetti psicotropi del cacao.

Via, via, fatemi obliterare tutto leccata dopo leccata. Ognuno ha la sua via di fuga preferita: sigarette, alcool, shopping o una qualsiasi altra droga. Anche in combo. Ma a me date quell’ambrosia color merda e non abbisognerò d’altro, nulla esisterà più e io sarò felice.

È pure il più potente antiossidante in circolazione.

E non mi vengono nemmeno i brufoli.

Va tutto bene.

-m4p-

Manicare*

L’ispirazione per questo post m’è venuta dopo aver, nell’ordine, mangiato due “Morbidi amici” Bauli, fumato una Marlboro morbida, buttato giù qualche “classica” San Carlo (non morbida) e bevuto una Beck’s da mezzo litro (liquida) –non sapevo ne facessero, wow!– che sto finendo mentre mi spalo nel gargarozzo cucchiaiate su cucchiaiate di nutella. Ok, alcune di queste cose le ho fatte contemporaneamente.

All’università, quando io e il mio compagno di camera (cioè verce84) non avevamo voglia di cucinare o di ordinare una pizza a domicilio (cioè ogni tre-per-due), aprivamo un barattolo di maionese a testa e c’intingevamo una confezione di grissini. Lo chiamavamo “il pranzo dello studente”. O “la cena”, dipendeva dall’orario. Era il paradiso: in camera avevamo un frigorifero tutto per noi, che avevamo “riempito” con una cinquantina di lattine di Coca-Cola tanto che sembrava quello della pubblicità, prosciutto crudo e piadine. E maionese, ovviamente.

La mia ultima ragazza invece mi aveva iniziato alla goduria delle trofie al pesto e, soprattutto, a quella delle patatine fritte dopo il dolce.

A Londra, appena sveglio, allungavo il braccio, mi accendevo una sigaretta e finivo la Guinness rimasta dalla sera prima. La chiamavo “La Colazione del Campione”. Pranzavo con un paio di barrette di cioccolato al latte Dairy Milk e cenavo coi panini di Caffè Nero (dove lavoravo) in scadenza quel giorno. Spuntino di mezzanotte con latte e cookies, seguiti dalla Guinness che non finivo, e il ciclo ricominciava qualche ora dopo. Per me non valeva nemmeno il detto “quello che non ammazza, ingrassa”, perché ero sottopeso. Tipo adesso, dopo una stagione da animatore (vedi foto sotto).

Al massimo, mi dicevo che “quel che non mi ammazza… rimanda l’inevitabile”.

Va tutto bene.

-m4p-

(*) manicare
[ma-ni-cà-re]
(mànico-chimànicanomanicàntemanicàto)
A v. tr.
1 Mangiare

Santo Mestruo

A Pasqua sono andato a messa, e già questa è una notizia. Sono arrivato in ritardo e mi sono ritrovato in ultimissima fila, spalle al muro. La chiesa era stracolma, eravamo tutti pigiati come sardine, ma per mia fortuna avevo davanti una ragazza dal corpo statuario. Fasciata da un tubino violetto e una giacca nera che finiva a metà schiena, i capelli corvini le ricadevano ondulati sulle spalle. Era alta e grazie ai tacchi il solco tra le natiche mi premeva contro l’inguine. Portava le mutandine.

Si accorse della mia eccitazione, portò una mano dietro la schiena, mi abbassò la zip, infilò la mano nei pantaloni e iniziò a tastarmi. Lanciò uno sguardo furtivo a destra e a sinistra e potei rubarle uno scorcio fugace del profilo, ma non ebbi il tempo di assimilare la visione perché in un lampo me l’aveva tirato fuori e, avendo alzato quanto bastava la gonna, fatto sparire dentro di lei. Si spinse ancora di più contro il mio corpo. Non avevamo bisogno di muoverci, le sue pareti pompavano come un ciclostile, mi stava praticamente masturbando con la fica.

E venni, e venni, e venni. Venni dentro, venni copiosamente, ciononostante fu un’infinitesima parte di quanto quel luogo sacro avesse già visto fare. Respirai il suo profumo ancora per un po’, i nostri gemiti coperti dalle parole senza senso vomitate dagli altoparlanti. Lo sfilai lentamente accompagnandolo con le mani, me lo rimisi nel tanga e richiusi la zip. Ma c’era qualcosa che non andava e guardai in basso. La stronza aveva il ciclo.

Chiusi a pugno le mani impregnate e la sensazione fu inaspettatamente piacevole. Non sapevo quanto avrei dovuto resistere così, avevo perso la cognizione del tempo e non capivo a che punto fosse la funzione.

«Potete scambiarvi un segno di pace.»

Merda.

Colto di sorpresa, riaprii le mani e me le ritrovai immediatamente, entrambe, afferrate da quelle di qualcun altro.

Sguish. Sguosh.

Ero paralizzato dalla paura, non riuscivo a pensare a una scusa e non sentivo più le gambe: la fuga era da scartare. Fissavo terrorizzato il coppino della colpevole, che rimaneva immobile. Gran bel ritorno tra le braccia di Dio, Marco.

Il brusio che aveva riempito la chiesa fu interrotto da grida indistinte, e un drappello di persone sparì nel nulla. Mi ci volle un po’ per rendermi conto che si erano inginocchiate. La vista mi tornò a fuoco e in mezzo alla Babele di suoni, voci e rumori riuscii a decifrare una sola parola, stimmate. Sbattei le palpebre come le ali di un colibrì mentre tutti seguivano l’esempio dei pochi pazzi che avevo di fronte e intonavano inni di gioia.

Il curato mi chiamò a sé per rendermi parte dell’eucaristia, versandomi il vino nelle mani a coppa e bevendone avidamente, per poi rimettercelo e intingervi le ostie durante la comunione, che declinai adducendo un subbuglio nel corpo e nello spirito. Tornai al mio posto fra due ali festanti di fedeli, felice come Colin Powell quando c’è una strage di civili. Tuttavia trovai ad attendermi un’amara sorpresa: lei se n’era andata.

Terminata la celebrazione, imposi le mani ancora impastate di sangue, sperma e vino sui moltissimi fedeli che mi sfilavano davanti in processione, segnandone occasionalmente alcuni sulla fronte e sulle guance: vecchi e bambini, uomini e donne, amici e sconosciuti. All’uscita, la luce del sole mi baciò e l’aria sembrava più fresca. Risi davvero tanto.

Ora quella chiesa e casa mia sono luoghi di culto, e io mi godo i frutti del business sacro messo in piedi con la mia famiglia e il parroco dalle bianche spiagge di una località top secret. Non ho più incontrato la ragazza fonte di tutto quanto, con la quale avrei potuto condividere la vita oltre che la mia fortuna…

Cazzi suoi.

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Marco’s gonna be leaving soon, bitches

M’imbarazzano solo due cose: i complimenti e i soldi. È per questo che ho smesso di fare il gigolò.

E quindi quest’estate vado a fare l’animatore. Non è stata un’idea saggia lasciare in mano a mamma il catalogo del tour operator di cui difenderò i colori fino a fine settembre, perché s’è messa a mostrarlo a tutti quelli che le càpitano a tiro, verosimilmente anche ai clienti del banco del pane in cui lavora. Amici e conoscenti, ammaliati dai denti bianchi e dalle chiome fluenti dei giovani ritratti nelle foto, non hanno perso tempo a dirle: «Allora l’annu prossimu ce vedemo pure a Marco, su lu catalugu!»

Ora, visto che sono sempre gli stessi cinque o sei animatori per tutti i villaggi (con un opportuno sfondo neutro), la vedo dura. Proprio che tipo dovrò piacere tanto ma tanto a chi si occuperà del catalogo della prossima stagione.

Insomma, se volete “vedere Marco”, andatelo a trovare a casa fintantoché non è partito, invece di metterci sempre un filtro patinato in mezzo, ché poi quando torno mi tocca sentir dire “E tu che stai a fa’ qua? Quando sí tornatu?” come tutte le altre volte…

PS
Qualcuno ha una sigaretta per Bob?

-m4p-

Butta la pasta

Parlando di “corso per fidanzati”, il capitano della mia squadra di basket ha proposto due semplici domande preliminari da porre alle lei delle coppie che intendono sposarsi. Lo scopo è quello di capire quali hanno effettivamente speranza di durare dopo il matrimonio.

Le domande sono le seguenti:

  1. Sai fare i bocchini?
  2. Sai fare la carbonara?
In base alle risposte, ecco i risultati:
  • 2 : potete andare avanti;
  • 1 : uhmmm… dipende da come fai la carbonara;
  • : niente da fare.

 Vi lascio con la colonna sonora ideale per quei giorni, soprattutto se si interpreta l’ultima frase come “A Dio non piacciono le donne”.

-m4p-